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Racconto d'Autunno
Angelo aveva trentasei anni, e ormai da cinque lavorava come custode in un
mobilificio nei pressi di Rimini. Fare il custode non era certo la massima
aspirazione per uno come Angelo, che in virtù dei doni ricevuti dalla
natura avrebbe certo preferito altre strade: fin dai tempi delle elementari
era sempre stato il più bravo in disegno, alle medie riusciva regolarmente
a stupire i professori di Educazione Artistica con nudi e nature morte che non
avevano niente di adolescenziale, al Liceo fece togliere tanto di cappello
persino al terribile Maestro Gasperoni, che in trent'anni di insegnamento
non aveva ancora detto "bravo" a nessuno.
Avrebbe voluto fare l'architetto, Angelo, o il designer industriale, e invece
subito dopo la maturità si vide costretto al ruolo di apprendista
tornitore, perché la famiglia, dignitosamente povera, non avrebbe
potuto permettersi ulteriori spese per l'università. Poi venne il
servizio militare a spezzare in due la vita di Angelo, scaraventato a due
passi dal confine a dar sfogo alla sua arte sulle pareti delle garitte,
usando come pennello una baionetta che più di una volta si sarebbe
voluto piantare nel cuore.
Il giovane passò molti degli anni seguenti con una cartella nera
sotto il braccio, elemosinando un posto di lavoro in tutti gli studi di
grafica e architettura della zona: per un po' di tempo si sentì
rispondere "... Sì, puoi venire a darci una mano, ma non ti
aspettare più di un rimborso spese!". Poi, rispettando i ritmi
dell'evoluzione tecnologica, il tenore delle risposte cambiò:
"... Belli i tuoi disegni, ma se non sai usare il computer, che grafico
sei?" Angelo odiava il computer, macchina senz'anima più fredda
del tornio che aveva usato da ragazzo; amava sporcarsi col carboncino,
sguazzare nelle tempere, consumare le matite fino all'ultimo centimetro.
Annusava l'inchiostro di china come fosse profumo, si passava i pennelli
di martora sulla pelle per godere della loro morbidezza, disegnava, cancellava,
ridisegnava e ricancellava finché il foglio non mostrava l'ultimo strato
di fibre di cui era composto. Era un artista vero, e forse era meglio per lui
non trovare un impiego che costringesse dentro uno schermo le sue
capacità: meglio un lavoro qualsiasi, magari con molto tempo a
disposizione per coltivare la propria passione e - perché no - in
un posto dove qualcuno avrebbe potuto notarlo, prima o poi.
Quando fu assunto al mobilificio, Angelo era euforico: solo nel primo
mese si recò almeno quattro volte dal titolare, sommergendolo di
bozzetti bellissimi e intriganti, originali e coloratissimi. Ma niente da
fare, il vecchio commendatore era letteralmente innamorato dell'architetto
Tamarri, un bulletto pieno di arie e cellulari che parcheggiava regolarmente
la Jaguar davanti alla cabina dei contatori e spillava all'azienda non meno
di venti milioni al mese, con una media di seicentomila lire per ogni schizzo
(anche orrendo) presentato.
Per ironia della sorte, il Tamarri era uno dei peggiori elementi della classe
di Angelo al Liceo, ma in quanto figlio del ricchissimo imprenditore Taddeo
Tamarri si era visto spalancare le porte dell'Università prima e del
lavoro poi; il custode, che aveva imparato a non invidiare nessuno per nessun
motivo, tentava ogni volta di salutare l'ex compagno e di farsi riconoscere,
ricevendo regolarmente in cambio un ciao biascicato e un ordine perentorio:
"Dammi un'occhiata alla Jaguar!"
Quella sera pioveva a dirotto e faceva maledettamente freddo: l'estate era
davvero finita, e le calde serate d'agosto passate a giocare col cane nel
piazzale deserto del mobilificio erano solo un ricordo. Angelo si era
infradiciato fino alle ossa per compiere il suo quotidiano giro di controllo
delle recinzioni, e fu per lui quasi un sollievo poter entrare nella cabina
dei contatori per staccare la corrente alla fabbrica, ma all'improvviso,
prima di toccare un solo interruttore, si trovò in un buio totale
e profondo, come se qualcuno o qualcosa avesse assorbito in un attimo tutta
l'energia disponibile. Persino la torcia non dava più segni di vita,
e fu necessario l'accendino per poter rompere l'assedio di quella
strana oscurità.
Una folata di vento, curiosamente caldo in una simile notte da lupi, spense
l'accendino, e col cuore in gola Angelo udì distintamente una voce
provenire da pochi passi davanti a lui:
"Non aver paura, Angelo: sono io!"
"Io chi?!? Fatti vedere, maledetto! Fermati o sparo!"
"Angelo, Angelo! Tanto tempo che stiamo insieme e vuoi che non sappia
che non hai neanche una scacciacani? Andiamo dentro, che qui ci buschiamo
un'influenza coi fiocchi!"
"Mi vuoi dire chi sei? Come fai a sapere che..."
"Andiamo in casa e ti spiegherò tutto!"
Angelo percorse i metri che separavano la cabina dall'ingresso del suo
alloggio tastando i muri, sotto una pioggia che non accennava a smettere e
che anzi picchiava sempre più forte: impiegò un'eternità
a trovare la chiave e ad infilarla nella toppa, tremante com'era per la paura
di mosse sconsiderate da parte dell'estraneo. Una volta entrato nel modesto
appartamento compì una specie di slalom tra il cavalletto da pittore
e il compressore dell'aerografo di cui solo lui conosceva l'ubicazione, e
si meravigliò del fatto che lo sconosciuto non inciampasse da nessuna
parte.
"Accendi quella candela che è nel terzo pensile del cucinotto,
Angelo, così almeno ci guardiamo in faccia!"
"Ci risiamo? Come fai a sapere che proprio lì c'è una
candela?"
"Ci risiamo lo dico io! Accendi e sta' zitto!"
Angelo obbedì, e finalmente la voce sconosciuta acquistò un
volto. Un volto normale, né giovane né vecchio, né bello
né brutto, sereno e compìto al tempo stesso. L'uomo era vestito
di bianco, aveva corti capelli scuri e, a differenza di lui, non era bagnato
fradicio. Sedeva sulla poltrona davanti alla televisione, mani sui braccioli
e gambe accavallate, con l'espressione di chi ti deve dire un sacco di cose.
Nella sua normalità l'individuo aveva qualcosa di soprannaturale,
come... come un alone impercettibile che lo circondava, come se l'energia
prosciugata dalla rete elettrica ristagnasse in lui in attesa di scaricarsi
in un immane bagliore.
Di fronte allo stupore senza parole di Angelo, l'uomo si sentì
finalmente in dovere di dare delle spiegazioni.
"Hai presente quando da piccolo ti insegnano che c'è un
Angelo Custode che veglia su di te, ti segue in ogni tuo passo, ti guida
e ti protegge? Non è esattamente così, ma se ti fa piacere
saperlo, caro custode Angelo, io sono il tuo Angelo Custode: in altre
filosofie veniamo chiamati spiriti guida, e siamo al fianco di voi terreni
dalla nascita. Anzi, nasciamo con voi e cresciamo con voi, accumuliamo
esperienze e conoscenza, soffriamo ed esultiamo quando lo fa il nostro
protetto, e cerchiamo di dargli il consiglio giusto in ogni momento. La
teoria del Karma è parzialmente esatta, come lo è quella
della reincarnazione: la sorpresa è che ognuno di noi compie un
ciclo vitale terreno ed uno come custode, applicando inconsapevolmente
ad ogni esistenza la positività accumulata in quelle precedenti.
Io sono puro spirito, come lo sei tu: quello che cambia è il
contenitore. La tua carne, il tuo corpo, che nel pensare terreno è
l'essenza stessa della vita, è in realtà anche il più
grosso limite a ciò che puoi conoscere oltre la materia: gli occhi
non possono vedere lo spirito, e questa sera, per fare in modo che tu
potessi farlo, ho dovuto chiedere un permesso particolare, e consumare
un sacco di kilowatt della vostra energia."
"Come sarebbe a dire 'un permesso'? Avete dei superiori anche
voi?"
"Sarebbe troppo difficile da spiegare, ma mettiamola proprio
così. Come ti ho già spiegato anche noi spiriti guida
soffriamo e proviamo sentimenti, e io questa sera mi sono reso visibile
per porgerti le mie scuse: non sono stato, finora, un buon angelo custode,
e voglio che tu lo sappia e mi perdoni. Ti ho consigliato male nei tuoi
rapporti con le ragazze, ti ho fatto scegliere quelle sbagliate e se hai
sofferto per loro è stata soprattutto colpa mia; così come
quando hai imboccato strade che non ti avrebbero portato a niente, o quando
ti ho spinto ad essere generoso con chi non lo meritava, o quando ancora ti
sei trovato intimidito di fronte a gente arrogante e meschina, senza che
nessuna voce interiore ti ispirasse a rispondergli per le rime. Oltretutto
non capisco neanche niente di calcio, così che non ti ho neanche
aiutato a fare quel tredici che inseguivi da tempo. Come Angelo Custode
sono un fallimento."
In quel momento l'immagine dell'uomo divenne triste e pensierosa, e
cominciò a dissolversi mentre la luce tornava a dare consistenza
alle cose.
"Aspetta! Dove stai andando? Io non... Cioè tu... Oh,
Cristo!"
Vinto da un sonno improvviso, Angelo crollò sul tappeto
senza poter dire altro.
Fine prima parte
Dr. Danny Irreparabili.
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